| Notizie di Padre Viittorio |
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| Lunedì 10 Marzo 2008 22:50 |
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Kinshasa 25 febbraio 2008 Carissimi amici. Sono di nuovo in Congo. Faccio tappa a Kinshasa, la capitale, prima di partire verso l’interno, alla missione di Bambilo. Ringrazio il Signore per i giorni passati tra voi, ringrazio il Signore di essere tornato in Africa. Lasciare costa, incontrare è bello. Non chiedetemi perché ‘preferisco’ essere qui: i linguaggi a volte non bastano. Qualcuno pensa che qui uno si sente utile, si sente gratificato, incontra una vita più semlice e vera: tutto giusto ma non basta, non abbiamo raggiunto il cuore della questione. Se uno chiede a Gesù se è più bello il paradiso o il lago di Galilea, a Gesù verrà di sorridere. A chi gli chiede se ama di più Dio o gli uomini, dirà che l’amore è uno solo. C’è una maniera di essere famiglia, sentirsi di casa, vedersi come la stessa vita dove si respira già l’affetto: è questa la direzione giusta per trovare la risposta. Gesù si sente carne e sangue, identificato con noi, stessa storia stessa vita con noi. Si sente dei nostri. In lui, Dio è di casa dentro di noi, imparentato e impastato insieme. Se vivi l’esperienza, sai cos’è. Spiegarlo a chi non è sintonizzato con l’anima non serve. Il Dio di Gesù ha la sua maniera di sentire la vita delle persone, di ogni nostra persona. Noi non siamo altri da lui, estranei, di razza diversa, di lingua diversa. In Gesù ogni distanza si è dissolta. È la stessa vita che circola, “perché il Signore ha voluto così”. Essere missionario è sperimentare questa parentela, anzi un pò è spontanea e un pò l’impari, è già dono di Dio ed è pure scuola e conquista. Io come missionario mi sento di casa dentro il vissuto di queste persone che incontro, e insieme imparo lingua e sensibilità e modo di vivere. A casa mia era già molto bello e spontaneo perché c’ero nato, coi miei mi sento un pesce che scorre nelle stesse acque, qui ho un’altra maniera di sentirmi di famiglia, ma non lo è di meno. La chiave che apre questo segreto sta nel cuore di Dio, nella sua parentela intima e forte con noi e con ciascuno di noi. Dice Giovanni nella prima lettera: “Fratelli miei, guardate quant’è grande l’amore che Dio ha per noi: ci ha donato di essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente. Ancora non si vede chiaro, ma un giorno lo vedremo faccia a faccia, e tutto sarà manifestato”. No, non scoraggiatevi di quanto dico, non è difficile o lontano. Diciamo: come Gesù è parente di Dio, noi siamo parenti di Gesù e parenti di Dio; e siamo parenti tra noi. C’è chi in famiglia ci è nato, e c’è chi in famiglia ci è entrato. Gesù ci è nato, noi siamo stati tirati dentro. A mamma Catherine avevo affidato Christelle, Bénoît e Patricia. I tre erano abbandonati sulla strada e accusati di stregoneria, li ho rivisti ieri, ricolmati di relazioni affettuose, come se dall’eternità fossero figli di Catherine. Nessuno è capace di vedere la differenza tra nato dentro ed entrato dentro: la spontaneità e la sicurezza degli affetti è totale. A mamma Marie Jeanne avevo affidato Arnold, ragazzino ramingo cresciuto a dispetto di chi non lo voleva; non aveva nessuno che gli dicesse: ‘tu sei mio, tu sei il figlio che amo tanto’. Oggi mamma Marie Jeanne è venuta a vedermi, è arrivata al tramonto con Arnold e Divine dopo avermi cercato per ore, è venuta da Bibwa a Kingabwa dove sono ospite di passaggio. Lascia la festa che ci siamo fatta incontrandoci insieme. La meraviglia è altrove: non vedi nessuna differenza tra Divine, partorita da mamma Marie Jeanne, e Arnold ricevuto una sera che gliel’ho portato. Hanno ugualmente gli occhi appagati, sono ugualmente figli, ugualmente amati, tra loro totalmente a proprio agio come chi abita la casa degli affetti. Gesù è missionario per tirarci dentro la famiglia e sentirci bene come lui si sente. Io, che sono ‘entrato a casa sua’ perché lui mi ha preso per mano e portato dentro, adesso esco a prendere per mano gli altri, e farli sentire a proprio agio dentro la casa di famiglia. Siamo famiglia numerosa, Gesù da figlio unico è diventato il primo di una squadra che non finisce più. Peccato che tanti non hanno ancora il cuore sciolto e fiducioso; io vorrei averlo di più, per convincere meglio che è proprio vero, è proprio bello. Gesù prima di partire missionario ‘destinazione terra’ ha vissuto un’esperienza vincente; io sono partito per l’Africa col desiderio di fare come lui, anche se so di essere troppo diverso da lui, ma lui mi ha promesso di stare dentro la mia vita, nascosto come un clandestino, e dove io arrivo arriva lui, quelli che io incontro li incontra lui, e lui fa la maggioranza. Ho provato a dirvi perché sono venuto in mezzo a tanta Africa lontano dai posti turistici. Non cercavo paesaggi ma volti. Penso di non avere sbagliato strada. Vi ho lasciati, ma non è vero del tutto, tanto di voi sta dentro di me, vi porto dentro e siete missionari con me, da parte vostra non cercate di riportarmi indietro. Non faccio preferenze, solo che il mio posto è qua, il dono che il Signore mi ha fatto è di venire qua, io e lui siamo d’accordo. Le prime impressioni di Kinshasa ritrovata? Come il caffé senza zucchero: è sull’amaro. Qui a Kingabwa non mi conoscono perciò non hanno bisogno di sorridermi: la fatica è già negli occhi, pochi sorridono, per un nonnulla saltano i nervi e scoppia la baruffa. Sono proprio limati dalla vita. Vedo i prezzi di ogni cosa saliti saltando i ranghi, “cucinare è diventato un lusso”, la speranza ha la durata di un giorno, “per oggi proviamo a farcela”. Ascolto confidenze, cammino tra la gente, ho l’aspetto pasciuto e mi sento fuori del coro. È venuto papà Bolombo, presidente dell’Associazione per lo sviluppo che abbiamo iniziato a Bibwa, abbiamo parlato a lungo delle iniziative di campetti e orti che con le mamme cerchiamo di realizzare. Rispetto chi non riesce a convincersi che Dio ama il mondo, quando le cose continuano ad andare così. Insomma, Dio non sa farsi propaganda, pare uno che se lo voti non ci guadagnerai tanto. “Gratta e vinci”, sottosotto qualcosa trovi, “il tuo volto Signore io cerco”. Da una parte vorrei gridare a Dio: “Se ci sei batti un colpo”. D’altra parte vorrei spiegare a chi non ci crede che io il Signore lo vedo nei volti buoni di chi irradia la bontà, conserva la speranza, sa vivere in perdita con la premura che i più deboli non perdano. Credo nella chiesa quando la vedo debole coi deboli, senza appoggi di politici astuti, mettendosi per scelta dalla parte dei perdenti che non hanno scelto di perdere. Gesù ha detto: “Dai frutti conoscerete l’albero”. I rami bassi mettono a portata dei ‘piccoli’ i loro frutti; più i rami vanno alti e più i frutti sono irraggiungibili. Chissà perché, sono i piccoli e i poveri che mi rassicurano nella fede, che rendono Dio credibile. Intanto, nel vasto Congo, Americani e Cinesi si contendono le miniere e le foreste. Si impediscono a vicenda, nessuna lascia l’altro vincere, il paese è penalizzato, i grandi della politica approfittano della confusione per incamerare le ricchezze del Congo. Se Gesù, Servo di Jahvè, ha portato il peso dei peccati degli altri, i poveri di qui portano il peso dei peccati sociali di chi è potente e astuto. Ma non è giusto, non è normale, bisogna cambiare. Io a Dio darei il consiglio di farsi valere, di scegliere bene l’obiettivo e mandare fuoco e zolfo come su Sodoma e Gomorra. Se poi provo a mettermi dalla parte di Gesù che gli hanno sputato in faccia e che non scendeva dalla croce, capisco poco, so che ha scelto di essere debole come chi non ce la fa più, ma so che risorgendo ci tiene per mano e ci tira su tutti. Sì, ho fretta, abbiamo fretta, ma anche Dio ha fretta. Dio è il primo a essere stanco di vedere la lunga stanchezza dei suoi poveri. Ce la farà, ce la faremo, sono qua per dare una piccola mano a questo progetto di terra nuova, di storia nuova, senza rimandare tutto al paradiso di dopo. A proposito, dentro questa storia dal sapore amaro come il caffé senza zucchero, come si fa a comunicare l’esperienza di famiglia che Gesù vive con Dio e con noi? Come sentirsi bene insieme, a proprio agio con Dio, a proprio agio con la gente entrata a far parte della famiglia? Come invitare i bulli dell’economia e della politica a cambiare gioco e costruire insieme la casa di tutti, dove tutti stanno bene? Cercherò di imparare da Catherine e i suoi bambini, da Marie Jeanne e la decina di figli che abitano la baracca di lamiere. Ho visto il modellino riuscito, cercheremo di rifarlo su scala mondiale. Allora faremo la festa delle forze disarmate, invece di razzi costruiremo ospedali, invede di carri armati costruiremo scuole, e finalmente il papa dirà che il peccato più grave del mondo è soffocare la vita costruendo strumenti di morte: basterebbe una piccola parte delle spese militari per rendere la terra un posto buono per tutta la famiglia di Dio. Carissimi, vi saluto ricordandovi con affetto, grandi e piccoli. Vostro P. Vittorio. |
















