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DALLA ZATTERA ALLA TERRAFERMA

CONTEMPLARE – QUARTA PARTE

LA GUARDIA COSTIERA

Il nostro viaggio prosegue con l’incontro col comandante della guardia costiera nel suo ufficio di Lampedusa.

Ci racconta come avvengono generalmente i salvataggi in mare, su richieste di soccorso lanciate direttamente dal barcone o su avvistamenti da parte di pescherecci o mercantili che si trovano nei paraggi e ci spiega come funzionano i trasbordi e i soccorsi a livello tecnico. Sottolinea che nell’ultimo periodo sono cambiate le problematiche: se nel 2011 il problema era di accoglienza sul territorio (con un picco di 7000 migranti contemporaneamente a Lampedusa nel marzo-aprile 2011) e per la guardia costiera il compito principale era quello di gestire gli arrivi in porto, ora il suo compito si è complicato perché i salvataggi vengono fatti sempre più lontano dalle coste italiane, vicino alle coste africane e libiche, con uscite di soccorso che durano anche 20 ore. Anche le imbarcazioni sono peggiorate rispetto a pochi anni fa: ora ci sono sempre più gommoni omologati per 10-15 persone che arrivano carichi anche di 80-90 persone.

Il bello di fare la guardia costiera, ci racconta, è che il dovere istituzionale e il principio etico coincidono: il loro compito è salvare vite umane.

Quando un salvataggio va bene, provi una forte gioia. Offri ai migranti i primi soccorsi, li sistemi seduti con coperte termiche, dai loro acqua, controlli il loro stato di salute, con particolare attenzione a donne e bambini. Ma, quando un salvataggio va male, è molto traumatico per l’equipaggio. Quando vedi galleggiare i morti nell’acqua, li raccogli e poni in un sacco, quando li recuperi magari dopo 10 giorni, l’odore della morte è inconfondibile e non lo dimentichi, lo senti sempre nelle narici.

Ci racconta che questo mestiere lo ha cambiato molto come uomo. Se una volta era molto diretto a trarre conclusioni, ora è più prudente. E’ una follia imbarcare un neonato su un barcone, ma bisogna mettersi nei panni dei migranti che, tra una fine sicura nei loro paesi e il rischio di arrivare salvi in Italia, scelgono il rischio, a qualsiasi condizione. “Per noi è necessario capire i migranti, per capire il nostro mestiere” conclude.

Usciamo dal suo ufficio sentendoci in empatia con questo giovane comandante di 34 anni, poco più vecchio di noi, provando gioia per tutte le vite salvate, dolore per tutte le vite perse in mare.